CHIUDIAMO I CPT
Salve a tutti, volevo riportare il memoriale di un nostro amico pakistano, abitante ad Arezzo, e portato circa un mese fa al cpt Corelli ,di Milano, e potete certamente immaginare come una persona possa essere trattata in simili posti, li non c’è nessuna umanità, anzi sarebbe meglio dire che non c’è umanità proprio perché simili posti esistono, lì anche i volontari vari (croce rossa,…..) possono fare ben poco,sia per l’ambiente in cui si trovano ad agire sia per l’incoerenza di ciò vanno realmente a fare, e loro diciamo che essendo li per uno scopo umanitario ogni tanto si riconnettono con loro stessi, ma se consideriamo le guardie o i poliziotti, allora si che vediamo realmente la disumanizzazione che c’è in simili posti e nella gente che ci lavora.
Amir, grazie alle persone che ha intorno,è riuscito ad uscire da quell’inferno, ed ad ottenere un permesso di soggiorno per scopi umanitari, ma per una persona che esce da un simile incubo ce ne sono centomila che ci restano.
Non possiamo permettere che i Cpt rimangano aperti, e noi come Partito Umanistici stiamo battendo affinché ciò avvenga.
Se anche tu sei d’accordo, vieni alle nostre riunioni ,il mercoledì alle 21,30 in via La Pira 29 a Pistoia, ed insieme organizziamoci affinché i diritti degli ESSERI UMANI siano rispettati, e per garantire a tutti un’adeguata qualità della vita.
Luca 347.3736884 lpecchioli@tiscali.it
ESTRATTO DAL MEMORIALE DI AMIR KARAR
LUNEDÌ 4 SETTEMBRE 2006: ARRESTO E TRASFERIMENTO IN QUESTURA
Lunedi 4 settembre, ore 8 del mattino, un’amica mi stava accompagnando al lavoro, quando ricevo una telefonata di un collega che mi avvisa di un controllo della polizia in fabbrica, mi consiglia di non andare al lavoro e che mi avrebbe richiamato appena la polizia fosse andata via.
Dopo circa mezz'ora, ricevo un'altra telefonata, questa volta dal proprietario della fabbrica, che mi dice in modo insistente, ma anche preoccupato, di venire al lavoro. Pensando che il controllo fosse terminato mi rimettevo in macchina per andare a Tegoleto - solo più tardi ho saputo che quella telefonata era stata imposta dagli agenti della Digos - arrivato davanti alla fabbrica sono stato subito fermato da due agenti della Questura di Arezzo che mi hanno chiesto le generalità e mi hanno sequestrato il mio borsello per controllarne il contenuto. Alla richiesta dei documenti - che non avevo - mi hanno fatto entrare nella loro macchina per andare in Questura.
Durante il tragitto, sentivo che i due agenti, comunicando via radio il nostro arrivo, erano molto soddisfatti dell'operazione che avevano appena fatto arrestandomi. Appena arrivati, mi hanno fatto mettere su un tavolo, tutte le cose che avevo, effetti personali vari: sigarette, occhiali, collana e anello, cellulare, chiavi e borsellino. Hanno cominciato a controllare tutto mentre io guardavo senza poter parlare e dicendomi di aspettare. Tra gli oggetti sequestrati, dentro il borsellino, trovavano la fotocopia di un documento di un mio amico pakistano.
Ho cercato di spiegare che non avevo mai utilizzato quella fotocopia, ma mi hanno risposto che avrei potuto dare spiegazioni più tardi.
Non si è più paralto di questo documento fino a quando mi hanno mostrato la copia dell'originale con la foto del mio amico, dicendomi che avevo tentato di ingannarli sulla mia identità. Solo dopo ho saputo dai miei avvocati, che la versione sui verbali, sarebbe stata diversa da quello che effettivamente era successo, e che questo mi era stato notificato come reato.
Dopo un po' di tempo mi hanno trasferito in un'altra sede della polizia per prendermi le impronte digitali. L'agente che mi accompagnava, ad un certo punto mi sollecitava a collaborare per evitare che il loro atteggiamento nei miei confronti peggiorasse. Io ho cominciato a raccontargli la mia storia: una storia fatta di persecuzioni, minacce e aggressioni in Pakistan. Ho mostrato loro la mia schiena e il mio torace, dove sono presenti le cicatrici delle torture che avevo subito.
Non facevamo commenti se non che avrei avuto tempo e modo più tardi per fare queste deposizioni. In ogni caso, mi hanno fatto delle fotografie al torace e alla schiena. Siamo quindi tornati in sede in Questura, dove dopo altra attesa, negli uffici della Digos, sono stato interrogato alla presenza di tre agenti. Ho raccontato la mia storia, ma le loro domande erano centrate su mie possibili attività politiche ed eversive con altri gruppi di pakistani.
Rispondevo che l'unica associazione che frequentavo era il Centro delle Culture e che non andavo neanche alle riunioni della comunità pakistana di Arezzo. Al termine mi hanno fatto aspettare in un ufficio mentre sapevo che stavano parlando anche con Laura e Carlo, il quale mi aveva raggiunto in Questura. L'attesa continuava mentre vedevo e sentivo che gli agenti contattavano altri uffici per telefono, alla ricerca di altri elementi sul mio caso. Mi facevano mangiare e mi dicevano che mi avrebbero fatto tornare nel mio paese, e che se avessi raccontato di altre persone che potevano essere interessanti per le loro indagini, mi avrebbero aiutato, anche se non riuscivo a capire in che modo. A quel punto ho cominciato a capire che sarei veramente tornato in Pakistan, dove avrei di nuovo rischiato la vita.
La paura cresceva forte dentro di me. L'attesa diventava così terribile, anche se a un certo punto ho visto arrivare Laura e dopo anche Carlo, ai quali avevano concesso di venirmi a trovare. Con loro ho potuto finalmente sfogarmi, ho pianto come non avevo fatto quasi mai nella mia vita. Non potevo tornare a casa e non sapevo come fare.
Mentre Laura e Carlo si allontanavano per un caffè mi richiamavano in ufficio per farmi firmare i verbali, chiedendomi prima se sapevo leggere l'italiano e se conoscevo un legale. Alle mie risposte
negative mi hanno letto il contenuto dei verbali e me li hanno fatti firmare, anche se non avevo capito bene tutto quello che mi leggevano. Quindi mi hanno prima detto che sarei uscito con un ordine di lasciare l'Italia entro 5 giorni e poi dopo circa un'ora mi comunicavano che sarei stato portato da loro a Milano, in un Centro di permanenza temporanea.
Così ormai sfinito dalla giornata, dalle tensioni e dalla paura ormai dilagante, salutavo i miei amici Laura, Carlo e Dorothée e tra abbracci e molte lacrime salivo sulla macchina della polizia che mi avrebbe portato a Milano. Dopo un terribile viaggio di oltre 3 ore, al chiuso, sentendo molto caldo, senza parlare con nessuno, senza che nessuno mi chiedesse se avevo bisogno di un bagno, di bere o mangiare e continuando a piangere, arrivavo al CPT di Via Corelli verso le 23,30.
ARRIVO AL CORELLI:
Entrato nel Centro di Permanenza Temporanea, il personale della Croce rossa mi ha controllato la valigia e ha tolto tutte le cose che non potevano entrare: un CD, le chiavi di casa.
C’era una persona della Croce Rossa che mi ha dato un cuscino, un lenzuolo di carta e una coperta, che tra l’altro “pizzicava” moltissimo. Mi ha messo tutto in mano con la mia roba. Attraversiamo una porta che da su un lungo corridoio su cui si affacciano altre porte. Arriviamo di fronte a una porta contrassegnata dalla lettera B. La porta è di metallo con una fessura all’altezza del volto per guardare dentro.
Aprono la porta e mi dicono di entrare. L’addetto della Croce Rossa mi lascia e va via. Mi trovo di fronte dei ragazzi del Marocco, della Tunisia e del Perù, altri “ospiti” del CPT, come me. Ora sono loro che mi accompagnano al mio posto per dormire. C’è un altro corridoio su cui si affacciano 5 stanze ognuna con 4 posti letto. Mi hanno portato in una camera e mi hanno fatto vedere il mio letto. Appoggio tutte le mie cose e preparo il letto con i lenzuoli di carta. Appena mi sono sistemato arrivano 3 ragazzi del Marocco che mi dicono che quello non è il mio posto e che devo andare in un’altra camera. Riprendo tutta la mia roba e vado in un’altra camera che mi indicano.
I ragazzi che incontro nella camera mi indicano il nuovo letto dove mi devo sistemare. Ricomincio da capo a sistemare tutto e altri due ragazzi che sono arrivati mi dicono che non è il mio posto. E’ 1.00 di notte sono molto stanco, triste, spaventato. Altri ragazzi ancora mi dicono di seguirli. Arrivo in una camera e mi indicano un letto senza materasso e mi dicono che devo andarlo a prendere dalla Croce Rossa. Io non volevo andare perché avevo paura che mi rubassero tutto. Insistevano ma io non vado e sistemo il lenzuolo sulla base del letto che è di metallo e appoggio sopra i miei vestiti e il marsupio. In quel momento mi chiama Carlo mi distraggo un attimo e mi rubano un braccialetto e un paio di occhiali.
Gli chiedo di rendermi gli oggetti, ma loro mi dicono che non hanno preso nulla.
Vogliono prendermi anche il cellulare, sono molto stanco. Continuano a insistere con il cellulare e vogliono litigare. Io non rispondo alle provocazioni. Non riesco a dormire tutta la notte. Alle 3.00 loro si addormentano. Io sono molto agitato.
MARTEDI 5 SETTEMBRE 2006:
La mattina quando mi alzo, mentre sistemo i miei vestiti in un armadietto senza sportelli, mi accorgo che mi hanno preso il cellulare da sotto il cuscino. Gli dico di restituirmi il cellulare. Mi accorgo che lo hanno nascosto sotto le coperte. Uno dei ragazzi comincia a litigare con me e mi spinge, comincia a urlare contro di me e a sbattere le porte. Arriva una persona della croce rossa, e il ragazzo del Marocco dice che io devo andare in un altro settore e di portarmi via. Questa persona della Croce Rossa mi chiede cosa è successo. Gli racconto tutto. Lui va via e torna con un ispettore della polizia. L’ispettore dice agli altri ragazzi di non disturbarmi. Decidono di portarmi in un'altra stanza. Riprendo tutte le mie cose. Il ragazzo della Croce Rossa mi porta in un’altra stanza. Sistemo tutte le cose per la quarta volta. Mi dicono di andare a fare colazione. Quando
arrivo nella sala comune dove si mangia, non trovo niente, hanno mangiato la mia colazione. C’è una macchinetta per il caffè. Inserisco 30 centesimi e mi bevo il caffè.
Quando torno in camera arrivano 5 ragazzi che mi chiedono la mia storia. Io gli racconto che mi hanno preso il giorno prima ad Arezzo mentre andavo al lavoro e che non ho documenti. Loro mi raccontano le loro storie. Sono tutti e cinque stati arrestati per spaccio di droga e sono stati in prigione varie volte. Dalla prigione sono stati portati in via Corelli.
All’ora di pranzo vado nella sala dove la Croce Rossa ci portava da mangiare. Alcuni ragazzi prendono il mio cibo e mi lasciano un piatto di pasta. Dopo mangiato vado in una corte interna dove gli stessi ragazzi delle notte continuano a disturbarmi e a volermi prendere il cellulare. Io non glielo voglio dare è la mia unica forma di comunicazione con l’esterno. Mi offendono. Torno nella camera.
Nel frattempo mi chiama Carlo, che è arrivato a Milano, che mi dice che posso richiedere l’asilo politico anche da dentro il Corelli rivolgendomi alla Croce Rossa.
Nel corridoio dove mi trovo vicino alla porta del settore c’è un citofono con il quale si può chiamare la Croce Rossa. Suono il citofono e mi dicono che arrivano tra un po’. Quando arriva il ragazzo della Croce Rossa gli dico che voglio chiedere l’Asilo Politico. Mi dice che si occupa di questa cosa una signora che ora non c’è e che gli avrebbe lasciato un messaggio. Dopo 2 ore mi chiamano e mi portano nell’ufficio della Croce Rossa dove mi aspetta una signora. Gli racconto la mia situazione e le faccio richiesta per l’asilo politico. Mentre parlavo lei scriveva e alla fine mi dice di andare che ci pensa lei. Sono convinto di aver fatto la richiesta e che si è avviata la procedura.
Mi riportano dentro al settore B. I ragazzi mi chiedono dove sono andato e gli racconto che sono andato a chiedere asilo politico per motivi religiosi.
Ricevo tantissime telefonate da tutti gli amici. Mi chiama anche il mio avvocato Maria del Canto Merida e Gabrile Leccisi che mi dicono di andare a fare la richiesta per l’asilo politico. Le dico che sono già andato.
Verso le 20.30 c’è la cena e continuano a prendere il mio cibo. Mi rimane solo un pò di riso. Prendo un pò di acqua dalla macchina a pagamento. Dopo mangiato vado nella corte interna e continuano a disturbarmi vado in camera e continuano a disturbarmi. Mi rubano i vestiti.
La seconda notte riesco a dormire 3 ore, sono agitato, stanco, impaurito.
MERCOLEDI 6 SETTEMBRE 2006:
Quando mi sveglio mi accorgo che del personale esterno sta facendo le pulizie, e altri stanno facendo colazione in camera. Quando vado in sala non c’è più la mia colazione. Prendo il solito caffè dalla macchinetta con dei biscotti
Quando torno in camera con il caffè e i biscotti gli altri mi dicono che non posso fare colazione nella stanza. Ritorno nella sala. Dopo colazione continuano a disturbarmi. Vado nella corte. Mi si avvicina un ragazzo del Perù che mi racconta la sua storia. E’ sette anni che è in Italia, ha cercato lavoro che non è riuscito a trovare. Ha incontrato altre persone del suo paese e ha cominciato a
rubare con loro. Quando ha fatto un pò di soldi ha fatto venire in Italia sua moglie e i sui 5 figli. Continuava a rubare. Lo hanno arrestato varie volte e ha scontato varie pene. Dal carcere lo hanno portato al Corelli per rimandarlo nel suo paese. Dice che se riesce ad uscire smette di rubare e cerca un lavoro.
Al mio cellulare cominciano ad arrivare messaggi di solidarietà da tutto il mondo. Vengo a sapere che il Centro delle Culture ha attivato in internet una petizione e che stanno arrivando centinaia di adesioni.
Nel settore accanto al mio c’è il settore riservato ai Trans le cui finestre danno sulla corte del mio settore.
Nel pomeriggio arriva personale della Croce Rossa che mi dice di prendere le mie cose che mi cambiano di settore. Prendo tutto e mi portano nel settore D. Nel nuovo settore ci sono ragazzi del Marocco, della Tunisia, dell’Algeria, Egiziani e un ragazzo indiano. Mi portano in una stanza dove
ci sono ragazzi egiziani. Mi dicono dove devo andare e questa volta nessuno mi dice di cambiare letto. Alcuni vogliono il mio numero di cellulare per scambiarlo con il loro.
Alle 16.00 mi viene a trovare li mio legale Gabriele Leccisi.
Alla sera, decido di farmi la barba e quindi chiamo la Croce Rossa per farmi accompagnare, L’addetto arriva e mi dice di attendere perché c’erano altri ragazzi prima di me. Dopo una mezz’ora quando finalmente era il mio turno, arriva un ragazzo algerino che vuole passarmi avanti. Gli dico che deve aspettare e mi tratta subito male e comunque passa lui, il ragazzo della Croce Rossa che aveva visto tutto non dice niente e io continuo ad aspettare il mio nuovo turno. Finalmente riesco a farmi la barba e dopo a cenare sempre comunque in un clima teso e pesante. Io cercavo comunque un contatto con gli altri ragazzi e davo loro soldi, sigarette e anche magliette pulite ma non cambiava niente erano sempre violenti e continuavano a cercare di rubarmi tutto.
GIOVEDÌ 7 SETTEMBRE 2006:
Alle 7 della mattina mi svegliano per avvisarmi che il mio avvocato era arrivato e che tra circa 10 minuti mi sarebbero venuti a prendere per andare davanti al Giudice di Pace per la sentenza di convalida del fermo presso il CPT. Mi hanno quindi portato in una stanza vicino a quelle dei colloqui dove mi aspettava il mio avvocato e l’interprete. Dopo circa un’ora di attesa, è arrivato il Giudice. Insieme a Gabriele Leccasi e a Tahir Sultan abbiamo cominciato a raccontare i fatti che mi avevano portato fino a Via Corelli. Quando l’Avvocato ha dichiarato al Giudice che io avevo fatto richiesta di Asilo Politico alla Croce Rossa, questi rispondeva che non aveva i documenti che confermavano quanto dichiarato. A quel punto veniva chiamata la responsabile dell’ufficio al quale io avevo depositato la mia richiesta. Arrivata la Signora Janet ho subito protestato con lei che prima negava la cosa e poi si correggeva adducendo come scusante il fatto che doveva aspettare comunque la convalida del Giudice. Tale fatto, riportato in seguito al responsabile della Croce Rossa, veniva dichiarato come fuori da qualsiasi regolamento in vigore. In ogni caso il mio avvocato mi faceva depositare una nuova richiesta davanti al Giudice e alla Croce Rossa e con l’ausilio dell’interprete. Finalmente riuscivo a consegnare la mia dichiarazione che mi metteva nello stato di attesa di Rifugio Politico.
Rientrato nei settori degli alloggi incontravo nel giardino un ragazzo del Marocco che abitava da 10 anni in Italia, sposato con una ragazza italiana e con un figlio di 7 anni, lavorava regolarmente con un ditta di trasporti a Milano ed era al CPT per essere stato accusato di terrorismo, anche se il Giudice lo aveva assolto, il ministero degli Interni aveva comunque deciso di espellerlo.
Tornato nella mia stanza, subito sono stato di nuovo preso di mira dai ragazzi di quel settore, ma questa volta per caso era presente il capitano della Croce Rossa, il quale rendendosi conto della situazione, mi prometteva di farmi spostare di settore. Nonostante tutto, la promessa del Capitano veniva mantenuta solo dopo 2 giorni!.
Ero molto deluso e preoccupato, quella sera per distrarmi e per ricordare tutte quelle cose assurde che stavo vivendo, decidevo di scrivere gli appunti su questo diario, anche sollecitato dai miei amici che mi chiamavano da fuori.
ANTICIPAZIONI DELLE PROSSIME PAGINE DEL DIARIO DI AMIR:
VENERDÌ 8 SETTEMBRE:
… quando i miei amici mi hanno comunicato che quel pomeriggio ci sarebbe stata una manifestazione fuori dal CPT, organizzata dal coordinamento nazionale del Centro delle Culture, sono stato per la prima volta veramente felice. L’idea che erano tutti fuori a protestare ed a sostenermi, mi ha dato quella forza che da tanti giorni avevo perso. Speravo anche di poter ricevere la visita di qualcuno di loro, ma nonostante tutte le richieste dei miei amici, e il permesso concesso da Questura e Croce Rossa, la Prefettura di Milano, contattata direttamente dai dirigenti della Digos , negava qualsiasi permesso. Infatti il regolamento prevedeva che dovevo essere io a
fare richiesta, presentando un elenco di nomi, da consegnare al personale interno, il quale lo avrebbe inviato alla prefettura per la concessione del permesso, dopo 4 giorni lavorativi.
Così, deluso per non aver potuto vedere nessuno dei miei amici che erano fuori dal muro di cinta, presentavo questa lista di almeno 15 nomi, secondo quanto previsto dal regolamento, e cominciavo a contare i giorni che mi separavano dalle visite….
GIOVEDÌ 14 SETTEMBRE:
… Stavo aspettando fin dalle 7 della mattina di venire chiamato per essere trasferito negli uffici della Prefettura di Milano, per presentarmi davanti alla commissione per i Rifugiati Politici, così come mi avevano detto il giorno prima, facendomi firmare e consegnandomi la comunicazione ufficiale da parte dell’ufficio del CPT. Ma la mia attesa era vana. Nonostante la Commissione in prefettura si era regolarmente riunita, i miei legali erano presenti insieme a Carlo, nessuno mi ha portato da loro. Mi avevano dimenticato, insieme ad alcuni importanti documenti che dovevano essere allegati alla mia richiesta di Rifugiato e così in questo modo i miei legali chiedevano ed ottenevano il rinvio di una settimana dell’audizione…..
VENERDÌ 15 SETTEMBRE:
… Nonostante avessi rispettato il regolamento, la Prefettura di Milano inviava dopo i 4 giorni solo 2 nominativi autorizzati ad entrare, e da quel giorno ogni mattina ho protestato chiedendo l’aggiornamento della lista con gli altri nomi.
In ogni caso, mi preparavo finalmente al primo incontro con la mia amica Helen che era arrivata da Arezzo e che sarebbe entrata nel pomeriggio, accompagnata dal mio avvocato Maria del Canto Merida.
… Provai una forte emozione nell’infinito abbraccio con Helen e la piacevole sorpresa di vedere la simpatica Maria, che incontravo per la prima volta e che avevo scambiato per un’infermiera (visto anche il suo vestito bianco). I poliziotti presenti dopo solo 10 minuti di colloquio, cominciavano già a sollecitarci per terminare l’incontro. Ma Maria protestava con forza chiamando perfino l’Ispettore, perché la lasciassero finire il suo importante lavoro di revisione dei documenti arrivati dal Pakistan e che dovevano essere portati davanti ala commissione in Prefettura per la valutazione della mia richiesta di Rifugiato Politico….
VENERDÌ 22 SETTEMBRE:
… Quella sera dopo mangiato verso le 23,00, ho sentito gente urlare e un gran chiasso nel giardino fuori al settore dove stavo. Sono uscito di corsa e ho chiesto agli altri ragazzi cosa stava succedendo, anche loro si stavano informando e poi qualcuno di loro che aveva visto, ci ha raccontato che un ragazzo egiziano, salito sul tetto di una dei settori dei dormitori, tentando di scappare, è stato rincorso dalla polizia e spaventato ha perso l’equilibrio ed era caduto nel cortile interno. Subito sono arrivati gli addetti della Croce Rossa per soccorerlo. Potevo vederlo in terra da lontano, ero spaventato, sembrava morto….
SABATO 23 SETTEMBRE:
…Una delle prime cose che feci quella mattina fu di informarmi delle condizioni di salute del ragazzo egiziano. Dei ragazzi del suo settore mi hanno detto che dopo averlo soccorso e portato all’Ospedale per le cure di urgenza, lo avevano riportato dentro al CPT nel suo letto anche se aveva avuto fratture multiple alle braccia, a un piede e ad alcune costole. Ho anche saputo che i medici dell’infermeria sollecitavano il suo ricovero di nuovo all’Ospedale. Mi sembrava così assurdo che nonostante la gravità delle sue ferite lo tenevano nel suo letto senza le cure adeguate. Mi ero già attivato, comunicando questa cosa ai miei amici a Firenze, per tentare di fare intervenire qualcuno dall’esterno. La sera deciso ad andare a trovarlo, venivo a sapere che lo
avevano finalmente ricoverato in Ospedale, eliminando il fermo presso il CPT, e dandogli l’ordine di espulsione entro i 5 giorni!!…
GIOVEDÌ 28 SETTEMBRE
… Ritornato dalla Prefettura dopo pranzo, sono andato nella mia stanza per riposarmi dalla lunga e difficile mattinata davanti alla commissione e scrivere il diario. A un certo punto sento aprire la porta e mi vedo entrare quei ragazzi del settore B che tanto mi avevano tormentato, i primi giorni nel CPT. Subito mi dicevano di andarmene, perché il loro settore era stato liberato per essere riservato alle donne. Ma quella era la mia stanza e comunicavo a loro con calma che non potevo lasciarla. Le provocazioni si fecero più forti e l’argomento andò a finire sul mio mancato rispetto del Ramadan. La mia pazienza si esaurì e dissi loro di rispettare le mie scelte. Tre di loro si fecero allora più vicini, minacciandomi di picchiarmi e uno mi lanciò un pugno sulle labbra, lasciandomi ferito soprattutto dell’orgoglio. Corsi verso il citofono della Croce Rossa per andare in infermeria, rincorso dai tre che mi dicevano di non andare a riferire dell’accaduto. Piangevo ero pieno di rabbia, ma non avevo reagito. Arrivato nel corridoio ho incontrato il Capitano della Croce Rossa, che invece di portarmi subito in infermeria ed intervenire sui tre che mi seguivano, mi rispondeva che non poteva fare niente per fermare questi ragazzi. Mi portava comunque a medicarmi e, sollecitato anche dai miei amici contattati per telefono, mi assicurava che mi avrebbe spostato di settore. Non mi sentivo più sicuro ed ero esasperato da una situazione che non potevo più sopportare.